"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero

domenica 31 luglio 2016

Non solo linguaggio …

di
Francesco Zanotti

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Oramai è conoscenza scientifica assodata che l’apprendimento di nuove lingue influenza il giudizio e la personalità. Offre nuovi spazi di invenzione ed espressione.
Ma non ci si deve fermare alle lingue. Anche l’acquisizione più generale di modelli e metafore permette nuove capacità vi vedere, inventare ed esprimersi.

Allora arricchite le vostre conoscenze con i risultati più recenti delle scienze naturali ed umane. Se proprio volete usare il linguaggio della competizione, è l’acquisizione di nuove capacità di vedere, inventare ed esprimersi che costituisce la più rilevante risorsa competitiva. Se volete usare una più feconda prospettiva imprenditoriale, è proprio l’acquisizione di nuove capacità di vedere, inventare ed esprimersi che permette di immaginare e realizzare nuovi mondi.

mercoledì 27 luglio 2016

La grande ruberia della formazione

di
Francesco Zanotti

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E’ il tema di un articolo che apparirà sul numero autunnale della Harvard Business Review. Lo presenta Roberta Holland che intervista il Prof. Michael Beer che, appunto parla della “Great Training Robbery”.
Sostiene che spesso si segue semplicemente la moda: chi non ha una Corporate University o non fa “leadership development programs? Sostiene che solo il 10% degli interventi di formazione sono efficaci. Cita il caso di una formazione alla sicurezza di una compagnia petrolifera del tutto inefficace e tante altre amenità di questo tipo.
Mi immagino le obiezioni dei Formatori “Certo, perché si tratta di formazione fatta male. Se la facessi io  …”
Ed allora diciamoci tutto fino in fondo:  è scientificamente insensato fare corsi di formazione.

Ma capisco (non tanto, però) che prevalga il “tengo famiglia” di tanti formatori e responsabili della formazione per i quali la Great Training Robbery significa sopravvivenza.

martedì 26 luglio 2016

Prendete in mano un libro non banale …

di
Francesco Zanotti

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Intendo non uno di quei libri che editori ridotti a tipografi pubblicano … basta che si paghino loro le spese a cui fanno un po’ di cresta.
Intendo, invece, un libro scientificamente serio pubblicato da case editrici importanti …
Prendete in mano uno di questi libri e vedrete che tutti i miti che vengono ossessivamente riproposti nella categoria di libri di cui sopra vengono banalmente derisi.
Prendete, ad esempio, “Creative Holism for managers” di Michael Jackson pubblicato da Wiley.
A pag. 168 riporta un pensiero di Ackoff: “Approcci come il quality managemet, il BPR e la Balanced Scorecard non possono funzionare perché sono anti sistemici. Trattano il tutto (l’impresa) come un’aggregazione di parti che possono essere migliorate indipendentemente le une dalle altre.”
Neanche in un’automobile si può incrementare la potenza del motore senza riadattare tutta la macchina: freni sospensioni etc. Figuriamoci se è possibile farlo con una impresa.

Ovviamente si possono esorcizzare tutte queste scoperte. Basta leggere solo libri banali pubblicati da editori oramai tipografi. E che l’impresa vada a farsi benedire. 

domenica 24 luglio 2016

Antiscientificità del paradigma decisionale

di
Francesco Zanotti

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Il management è fondato sul paradigma decisionale. Però la scienza rivela che cervello dell’uomo non funziona a decisioni. Allora il management è anti scientifico.
Poi fate come volete. Continuate a pensare che i manager devono prendere decisioni, cercate di insegnare loro a farlo. E così continuiamo a bloccare lo sviluppo di istituzioni ed imprese per paura di abbandonare l’unico paradigma che conosciamo: quello decisionale.
Ma che fa la mente invece di decidere? Uno dei contributi più interessanti è quello di Stefano Calamandrei col il libro “L’identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico”.
Secondo la sintesi fatta da Giancarlo di Maggio su “La lettura”, l’attività fondamentale della mente è la creatività. Ecco, non è quella pantomima ridicola dei creativi della pubblicità. Invece, la creatività come capacità progettuale. Come la capacità di ricostruire continuamente il mondo nella nostra mente. Quando uno stimolo arriva nella nostra mente, essa si guarda bene dal registrarlo. Esso fornisce lo stimolo per ridisegnare complessivamente la realtà.
Allora immaginate quando è stupido pensare che se comunico “valori” questi generano comportamenti coerenti con questo valori. Non esiste un comunicare che riesca a trasferire. I valori vengono interpretati, rimescolati e danno origine a comportamenti che non seguono una logica predefinita. Cioè: cerco di influire sul comportamento comunicando valori e la scienze mi informo che non so cosa possa succedere. E’ management questo?


sabato 23 luglio 2016

La triste storia delle classi dirigenti

di
Francesco Zanotti

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La modalità di selezione delle classi dirigenti è di tipo competitivo-personalistico sintetizzato nella frase: vinca il migliore. Purtroppo si tratta di un meccanismo disastroso perché isola le classi manageriali dal mondo e dalla realtà delle imprese costringendole ad una modalità di governo enfatico-retorica.
Infatti, proprio per il modo in cui si sono formate, le classi dirigenti non possono che chiudersi auto referenzialmente. Ad esempio, non possono attribuire rilevanza alle risorse cognitive perché il loro vincere deve per forza essere dovuto a loro caratteristiche intrinseche che li rendono ontologicamente migliori. Ne fanno dei talenti. Se esistessero fattori esterni come le conoscenze che potessero migliorare la qualità intrinseca delle persone, il mito dell’essere speciali dei talenti naufragherebbe. I meccanismi di selezione privilegiano personaggi narcisistici, incapace di crescere in virtù e conoscenza.
Dal punto di vista della vita della collettività e delle imprese, del servizio alla collettività ed alle imprese queste classi dirigenti sono un disastro. I problemi della collettività sono solo una ulteriore occasione di autorappresentazione. Una ulteriore occasione di autorappresentazione della propria eccellenza che non può che manifestarsi in Progetti di cambiamento e in sviluppo solo enfatici e retorici.
Il sistema dei media rende ancora veloce e definitivo il processo di autoisolamento delle classi dirigenti perché premia il narcisismo e lo copia.


martedì 19 luglio 2016

Il problema del top management: guardare

di
Francesco Zanotti

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Oggi esiste un patrimonio di conoscenze inutilizzato che potrebbe cambiare radicalmente l’attuale capacità di Governo delle organizzazioni del top management. Si tratta praticamente di tutte le conoscenze più rilevanti nelle scienze naturali ed umane.
Trascurando queste conoscenze si perpetuano pratiche gestionali che sono francamente antiscientifiche.
Perché tutto questo accade? Perché il top management non riesce a guardare, a focalizzare la sua attenzione su qualcosa di diverso dalla sua routine gestionale. Se riuscisse a guardare, allora, certamente vedrebbe l’immenso patrimonio di conoscenze che fino ad oggi ha trascurato di prendere in considerazione.
Ma se non riseca guardare e, quindi, non riesce a vedere, la colpa non è solo sua, ma anche di tutti coloro che gridano al lupo, ma del lupo non vi è neanche l’ombra.
La colpa è di tuti coloro che lo disturbano con conoscenze irrilevanti.
Come si fa  sapere se le conoscenze che vogliamo proporre sono rilevanti o meno? Basta che ci si metta di fronte alle migliori conoscenze disponibili a livello mondiale e si cerchi di capire in coscienza se quanto stiamo proponendo è una innovazione rispetto a questo patrimonio. Se si scopre di essere genuinamente profeti, allora si faccia di tutto per far guardare il top management. Altrimenti, non lo si disturbi.


domenica 17 luglio 2016

Cosa leggono i CEO e le nostre proposte editoriali

di
Francesco Zanotti

L’ultimo numero della Newsletter di McKinsey propone i risultati di conversazioni informali con quattordici CEO di grandi imprese di diversi paesi. Vi ha partecipato anche Carlo Messina, CEO di IntesaSanPaolo.

I risultati sono interessanti.
Il primo fatto che colpisce è che non leggono alcun libro manageriale. E questo è un ottimo segnale visto la oramai prossima fine, per crescente mancanza di senso e di respiro di questa letteratura. Soprattutto della letteratura manageriale italiana.
Poi le loro scelte privilegiano la storia in diversi sensi: dalla storia vera e propria alle vite di grandi personaggi. Vi è anche interesse per le sfide cognitive attuali che vanno dal senso del digitale, alla dimensione umana profonda del fare impresa.

L’Ing. Cesare Sacerdoti CEO di CSE Crescendo mi ha fornito una chiave di lettura che giudico molto corretta: come se questi Signori fossero alla ricerca di modelli cognitivi ai quali ispirarsi …
Noi stiamo cercando di dare un contributo alla diffusione di nuovi modelli di pensiero con due iniziative editoriali.
Innanzitutto, curando una collana (ipotesi di nome: Leonardia) di libri che sarà pubblicata da Aracne.
Il primo libro sarà la traduzione di uno straordinario libro di Alexandr Wendt “Quantum mind and social science”.  Basta il titolo per capirne la “ricoluzionarietà”: i segreti della mente letti attraverso il pensiero quantistico portano ad una nuova visione dell’uomo sociale.
E il secondo, scritto da me, dove cercherò di fare vedere come la fonte più preziosa di nuovi modelli e schemi di riferimento (nuove risorse cognitive) sia costituita dalle scienze naturali ed umane sintetizzate in quella filosofia complessiva che si chiama sistemica.

La seconda iniziativa è la partecipazione (ne sono Co-Editor in Chief) alla costruzione di una nuova rivista manageriale (una joint-venture ideale Italia-Thailandia “International Journal of Public and Private management” http://www.intcpm.net/ojs/index.php/icpm2013

giovedì 14 luglio 2016

Anche la Harvard Business Review contro i “talenti"

di
Francesco Zanotti

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Chi parla di talenti pensa di essere un talento e pensa che questa sia la ragione per cui il mondo deve essere benigno con lui. Fargli fare carriera etc.
Insomma la voglia che esistano i talenti è di origine psicologica.
Ma al di là delle mie analisi, un serio colpo alla filosofia dei talenti lo sferra un articolo apparso sulla Harvard Business Review del 5 giugno 2106 a firma Todd Warner.
Brevemente, sperando che si possa almeno scalfire il pensiero mainstream sui talenti che tanti danni crea, ecco una sintesi delle ragioni di Todd Warner.
Egli sostiene che la filosofia dei talenti non può funzionare per tre ragioni.
La prima è che gli esseri umani sono tribali. Lo sono soprattutto i top manager che scelgono in base ad una evidente complicità tribale.
Si potrebbe obiettare che a tutto questo si potrebbe ovviare rendendo i top manager consapevoli di questo bias. Ma sarebbe una illusione perché la tribalità non è una scelta, ma una inevitabilità sistemica.
La seconda ragione è che un processo di scelta dei talenti è per forza di cose conservativo. Spiego a modo mio: chi sceglie i talenti sceglie coloro che hanno un sistema cognitivo simile al proprio. Non sceglierà mai rivoluzionari che verranno giudicati inevitabilmente non talenti, ma disadattati.
La terza ragione è che si ignora l’importanza del contesto.
Traduco perché Todd Warner è particolarmente chiaro.
“Diventare una fabbrica di talenti non è assumere o promuove le persone migliori, ma è il comprendere il DNA del vostro sistema sociale a costruire su quelle basi. Comprendere il vostro sistema sociale e le persone che in esso si impegnano è molto più utile, soprattutto se tenete alle alte performance. Ma non confondete questo con i talenti”.
Detto questo ... buona ricerca dei talenti a tutti coloro che li stanno cercando… Perché la voglia di cercare i talenti, come ho scritto all’inizio, va al di là di ogni ragionevolezza scientifica.


martedì 12 luglio 2016

La ragione della irragionevolezza

di
Francesco Zanotti

Oramai è opinione consolidata che la formazione non serva. Dal libro “Psicologia delle risorse umane” l’opinione di Arrigo Pedon “Le competenze e la qualificazione, caratteristiche che sono difficilmente trasferibili dal contesto in cui sono state sviluppate”. Difficilmente trasferibili da una impresa ad un'altra. Ma anche difficilmente trasferibili da un corso di formazione alla realtà aziendale.
Ho citato una fonte non particolarmente trasgressiva, oramai una opinione mainstream
Ma allora perché si insiste a proporre (da parte dei consulenti/formatori) e a comprare (da parte dei manager) interventi che sono sostanzialmente irragionevoli?
La ragione della irragionevolezza è che la formazione dopo tutto non interessa al top management. Non si ha ancora avuto il coraggio di abolirla, ma la si fa morire piano piano tagliando oggi e tagliando di nuovo domani. In questo continuo restringersi degli spazi campano sempre più difficilmente formatori rinunciatari che si riducono sempre di più a “insegnare” nei corsi finanziati accettando fee professionali che non solo non permettono di fare ricerca, ma neanche di sopravvivere.
E a noi che interessa? Dopo tutto mica proponiamo formazione. E ci mancherebbe, visto che la giudichiamo irragionevole.
Ci interessa perché così facendo si diffondono sciocchezze manageriali che costituiscono un freno allo sviluppo di una più alta e forte progettualità strategica.